Responsabilità dell’OSA: sentenza nel caso Reindl

La Corte di giustizia ha dichiarato che i distributori finali al dettaglio di carni fresche sono obbligati a rispettare i criteri di sicurezza stabiliti dal Regolamento n. 2073/2005. Un articolo dell’Avv. Daniele Pisanello approfondisce questo interessante argomento.

La Corte di giustizia, con sentenza del 13 novembre 2014 nella causa C-443/13, ha dichiarato che i distributori finali al dettaglio di carni fresche sono obbligati a rispettare i criteri di sicurezza stabiliti dal Regolamento n. 2073/2005. Nel caso di violazione di tali criteri, lo Stato membro può imporre sanzioni in presenza di contaminazione microbiologica, come nel caso di salmonella. Un articolo dell’Avv. Daniele Pisanello approfondisce questo interessante argomento.

 

Questo in estrema sintesi il contenuto della sentenza emessa il 13 novembre 2014 dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (causa C-443/13), già segnalato in un precedente post. Principio quasi scontato se non fosse che il caso riguardava unità di carne preconfezionate dal produttore e vendute da un dettagliante.

La sentenza è di interesse in questa sede in quanto definisce il concetto di “distribuzione di alimenti” non solo sotto il profilo del regolamento n. 2073/2005 (sui criteri microbiologici) ma anche, e più in generale, della responsabilità degli operatori del settore alimentare che svolgono attività solo in fase di distribuzione.

 

Il caso e la decisione della Corte di Giustizia

Il caso originava dalla contestazione penale contro la titolare di una società austriaca, attiva nel commercio al dettaglio di alimenti, in quanto un campione di petto di tacchino fresco sotto vuoto, presente nel punto vendita, era risultato contaminato da salmonella. Nel corso dell’opposizione alla sanzione penale, il giudice aveva interrogato la Corte di giustizia sulla portata della responsabilità degli operatori del settore alimentare, laddove essi esercitino un’attività di mera distribuzione.

Più precisamente, nel corso di una controllo ufficiale presso una filiale di una catena distributiva veniva prelevato un campione di petto di tacchino fresco sotto vuoto, prodotto e confezionato da un’impresa terza. Esaminato dal punto di vista microbiologico dall’agenzia austriaca per la sicurezza alimentare di Innsbruck, il campione risultava contaminato da Salmonella Typhimurium e che, quindi, esso fosse “a rischio” ai sensi dell’articolo 14, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 178/2002.

Il criterio di sicurezza alimentare applicato da tale agenzia nella sua relazione peritale è quello previsto all’allegato I, capitolo 1, riga 1.28, del regolamento n. 2073/2005. L’articolo 3 del regolamento n. 2073/2005, intitolato «Prescrizioni generali», dispone che  «Gli operatori del settore alimentare provvedono a che i prodotti alimentari siano conformi ai relativi criteri microbiologici fissati nell’allegato I del presente regolamento. A tal fine, gli operatori del settore alimentare adottano provvedimenti, in ogni fase della produzione, della lavorazione e della distribuzione, inclusa la vendita al dettaglio, nell’ambito delle loro procedure HACCP [“hazard analysis and critical control point”] e delle loro prassi corrette in materia d’igiene, per garantire che: a) la fornitura, la manipolazione e la lavorazione delle materie prime e dei prodotti alimentari che dipendono dal loro controllo si effettuino nel rispetto dei criteri di igiene del processo; b) i criteri di sicurezza alimentare applicabili per l’intera durata del periodo di conservabilità dei prodotti possano essere rispettati a condizioni ragionevolmente prevedibili di distribuzione, conservazione e uso. L’allegato I del regolamento n. 2073/2005 contiene un capitolo I, intitolato «Criteri di sicurezza alimentare», che alla riga 1.28 l’assenza in 25 g di Salmonella Typhimurium e Salmonella enteritidis in prodotti costituiti da Carne fresca di pollame durante il loro periodo di conservabilità. Si deve ora precisare che per il diritto austriaco, prevede che l’immissione usl mercato di “alimenti a rischio ai sensi dell’articolo 14 del regolamento (CE) n. 178/2002, cioè dannosi per la salute o inadatti al consumo umano”, sia punito con  una pena pecuniaria sino a EUR 20 000, aumentata in caso di recidiva sino a EUR 40 000, e, in caso di mancato versamento di tale somma, a una pena detentiva sostitutiva fino a sei settimane.

Contro la pena anzidetta la titolare della Catena ricorreva all’Autorità Giudiziaria la quale finiva per interrogarsi sulla portata, nell’ambito della disciplina del regolamento n. 2073/2005, della responsabilità degli operatori del settore alimentare che svolgono attività solo in fase di distribuzione. In tale contesto il giudice austriaco decideva di sottoporre alla Corte di giustizia alcune questioni pregiudiziali; da un lato se il criterio microbiologico indicato nell’allegato I, capitolo 1, riga 1.28, del regolamento n. 2073/2005 in tutte le fasi di distribuzione; dall’altro se anche gli operatori del settore alimentare attivi nella fase di distribuzione dei prodotti alimentari siano soggetti alla disciplina del regolamento (CE) n. 2073/2005 nella sua interezza; infine se il criterio microbiologico indicato nell’allegato I, capitolo 1, riga 1.28, del regolamento n. 2073/2005 debba essere rispettato in tutte le fasi di distribuzione anche dagli operatori del settore alimentare che non partecipano alla produzione (solo fase di distribuzione)».

 

La nozione di immissione sul mercato: il ricorso a una interpretazione letteral-teleologica

Le nozioni di «immissione sul mercato» e di «conservabilità» sono definite, rispettivamente, dai regolamenti n. 178/2002 e n. 2073/2005. L’articolo 3, punto 8, del regolamento n. 178/2002 definisce l’«immissione sul mercato» come la detenzione di alimenti o mangimi a scopo di vendita, comprese l’offerta di vendita o ogni altra forma, gratuita o a pagamento, di cessione, nonché la vendita stessa, la distribuzione e le altre forme di cessione propriamente detta. L’articolo 2, lettera f), del regolamento n. 2073/2005 definisce, a sua volta, la «conservabilità» come il periodo che corrisponde al periodo che precede il termine minimo di conservazione o la data di scadenza, come definiti rispettivamente agli articoli 9 e 10 della direttiva 2000/13.

Dal tenore di tali definizioni la Corte ricava con assoluta certezza che l’espressione «prodotti immessi sul mercato durante il loro periodo di conservabilità» si riferisce ad alimenti, quali il prodotto di carne fresca di pollame, detenuti a scopo di vendita, di distribuzione o di altre forme di cessione propriamente detta, durante un periodo che precede il termine minimo di conservazione o la data di scadenza.

In vero, il dato testuale risulta sufficientemente chiaro, per lo meno rispetto al caso sottoposto alla Corte. Pur tuttavia, Il giudice comunitario vi aggiunge un argomento teleologico: se non sussistesse un obbligo anche in fase distributiva “l’elevato livello di protezione della salute pubblica, al quale rinvia il considerando 1 del regolamento n. 2073/2005, verrebbe compromesso, in quanto verrebbero immessi sul mercato prodotti alimentari contenenti microrganismi in quantità tali da rappresentare un rischio inaccettabile per la salute umana”. L’argomento che, come si è detto non si presenta come necessario per l’economia della sentenza, è di rilievo in quanto, analogamente al modus decidendi nella causa Albrecht, la Corte sembr prediligere questo argomento per respingere i tentativi di limitazione dell’onere di sicurezza derivante dall’art. 17, par. 1, del reg. (CE) n. 178/2002.

 

 

Fonte: Lex Alimentaria, clicca qui per leggere l’articolo completo.

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